IL CILIEGIO (ESTRATTO DA UN ROMANZO MAI SCRITTO – PARTE 3/3)

Cherry

Dopo qualche istante raggiunsero il lavatoio, dove si fermarono a bere. Si rinfrescarono e si sedettero sugli scalini. Erano visibilmente stanchi dopo quella corsa e affamati, nonostante la grassa e gratuita degustazione di ciliegie.

Il figlio del finanziere sedeva composto con il grembiule in mano. Portava una camicia verde pisello e dei pantaloni marroni, di velluto, con scarpe nere. Al suo fianco Ugo sentiva parecchio caldo a causa dei pantaloni di fustagno grigi che la mamma gli aveva imposto di indossare (“Se no te ciapet frech![1]”, gli aveva detto) e soprattutto per colpa del maglione di lana che aveva sotto al grembiule e che la madre aveva cucito per lui l’inverno precedente. Le guance dei ragazzini erano rosse; le gole ansimanti; dalla bocca di Guglielmo scapparono, inoltre, un paio di sbadigli.

«È ora di andare a casa, mi sa!» disse Guglielmo.

«Hai ragione! C’ho una fame da lupi!»

«Ci vediamo alla messa delle sei?»

«Va bene! Ma se vieni su in piazza della chiesa già prima io sarò lì a giocare con il Fausto e gli altri!»

«Dipende da cosa dice il babbo! Se riesco a finire tutti i compiti vengo quasi di sicuro!»

«A dopo, allora!»

I due si alzarono e si salutarono, andando in due direzioni opposte. Ugo, infatti, abitava nel centro storico della frazione di Cardano, mentre Guglielmo viveva in un appartamento in località Re Magi, vicino alla strada statale per la Svizzera.

Il ragazzino con la cartella bucata quindi, si diresse verso la chiesa, mentre il figlio del finanziere scese per la via che portava nella zona più nuova del paese.

Direttosi saltellando verso casa Ugo iniziò a fischiettare. Lasciandosi sulla destra il cimitero, raggiunse la piazza della chiesa e decise di percorrere, tra le due viuzze che poteva scegliere per raggiungere l’abitazione, quella sulla sinistra. Gli capitò, in quel modo, di passare davanti alla trattoria Giulia. Poté udire, distintamente, la voce degli adulti, già riuniti per giocare a carte, discutere delle ultime nuove della zona e gustarsi un po’ di vino.

Solo una volta, nella sua giovane vita, Ugo aveva bevuto qualcosa di alcolico. Una sera, infatti, Giovanni, suo padre gli aveva versato nella gassosa un goccio di vino rosso che, come dicevano tutti in famiglia: «L’è bon, e po el fa sang![2]». Lui era rimasto disgustato e per questo non capiva cosa ci trovassero, di tanto divertente nell’alcol, quei signori che vedeva seduti alla trattoria. “Forse quando sarò più grande capirò… Speriamo!” pensava, tra sé e sé il ragazzetto.

Ugo sapeva che alla trattoria vendevano anche le sigarette perché ogni tanto qualche signore anziano del paese, incontrandolo in piazza, lo mandava a comprargli un pacchetto di Nazionali. Ma aveva deciso che lui non avrebbe mai iniziato a fumare perché le poche volte che gli era capitato di aspirare del fumo si era messo subito a tossire. E lui odiava la tosse.

Passati questi pensieri il bambino si avviò lungo la via che dalla piazza della chiesa porta alla piazza Bagatti. Dopo aver superato la trattoria iniziò a correre, non sveltissimo, ma quel tanto per essere sicuro di passare il minor tempo possibile in quella viuzza così stretta.

La preferiva, comunque alla strada di destra, perché era l’unico modo per evitare di incontrare il Ginu di Noc con il suo cane (che pareva sempre dovesse azzannarti da un momento all’altro).

Arrivò così, finalmente, nella seconda piazza, passò davanti alla Villa Bagatti-Valsecchi, girò a destra e dopo pochi passi in un altro stretto vicolo raggiunse, infine, la via dove abitava con la sua famiglia da quando era nato.

La madre lo aspettava sulla soglia, con un’espressione piuttosto preoccupata. Lo guardò e subito gli chiese: «Ciao Ugo! Ma dove sei stato fino adesso? E cos’hai fatto al grembiule? Vai a lavarti la faccia e le mani! Muoviti, ché è pronto!»

«Ciao mami! Son stato un po’ col Giacomino e col Guglielmo a giocare nei prati!»

«Solo questo? Sei sicuro? E come mai ci sono quelle macchie rosse sul grembiule?»

«Non lo so…»

«Tu non me la racconti giusta caro mio… Siete andati ancora a rubar ciliegie sulla pianta del Renato?»

«Sì, mamma! È vero. Sono andato sul ciliegio. Ma non ho rubato niente! Abbiamo solo preso qualche ciliegia. Poche…!»

«Come, preso? E che differenza c’è tra prendere un cosa non tua e rubarla?»

«Ma noi non è che le abbiamo prese le ciliegie… Le abbiamo mangiate!»

«E’ la stessa cosa! Poo l’è nurmal che te manget nagot de quel che fo mii![3]»

«Scusa mami, hai ragione! Ma ti prometto che oggi finisco tutto! Cos c’è da mangiare?»

«In coo ghe’l picio-pacio… A te set cuntent?[4]»

«Il picio-pacio! Grande! Te set la mama più see brava del mund![5]»

«Dai, vai a lavarti e poi vieni a tavola! E tu, piuttosto, hai fatto il bravo a scuola?»

«Sì, sì! La maestra non mi ha sgridato neanche una volta!» disse mentendo.

«Sei proprio sicuro?»

«Sì. Giuro. Giuro sulla pelle del canguro!»

«E questa chi te l’ha insegnata?»

«Me l’ha fatta dire una volta il papi. Papà, papà! Perché non risponde? Dov’è?»

«Non c’è! È andato a fare dei lavori…»

«E quando torna? Viene a casa stasera?»

«Non lo so Ugo. Hai lavato le mani?»

«Ecco, sì. Mh… Che buono il picio-pacio!»

Era la cosa che più aveva desiderato la mattina a scuola e la mamma gliela aveva preparata veramente! Per questo Ugo era felice. Un po’ stanco, ma contento. Gli dispiaceva soltanto che suo papà, come al solito, non fosse lì con lui e la mamma a prendersi qualche cucchiaiata di picio-pacio, direttamente dalla pentola di rame, e a bersi un po’ di vino e spuma.

 

[1] «Se no prendi freddo!»

[2] «E buono e poi fa sangue!»

[3] «Poi è normale che non mangi mai niente di quello che faccio io!

[4] «Oggi c’è il picio-pacio… Sei contento?»

[5] «Sei la mamma più brava del mondo!»

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