IL CILIEGIO (ESTRATTO DA UN ROMANZO MAI SCRITTO – PARTE 2/3

Cherry

Attraversata la strada, senza nemmeno guardare, fu il primo a calpestare i ciuffi verdognoli del prato di Renato (che se l’avesse saputo avrebbe sparato un colpo di sciop[1]a quei furfanti…) e a raggiungere il ciliegio.

Lanciata la cartella di cuoio per alleggerirsi prima dell’arrampicata Ugo fu subito sul ramo più alto della pianta. Di lì a poco lo raggiunsero i due amici. «Grazie di averci aspettato, come al solito! Non ce la fai proprio a resistere?» chiese Guglielmo a Ugo. Ma quest’ultimo non rispose…

«Guarda che se te ne manget trop a te vee la cagarela…![2]» disse Giacomino, ridendo, e facendo un salto per prendersi un paio di ciliegie da un ramo sopra di lui.

Con la faccia tutta rossa, quasi come un vampiro che avesse appena addentato il collo della vittima, Ugo cercò, in qualche modo, di rispondere: «Vsch… Scusate! Volevo prendermi le più rosse. Lo sapete che quelle più scure son le più dolci?»

«Eh, sì che lo so…» disse il figlio del finanziere.

«Mi preferisi[3] quelle aspre, i ee più se bonn[4]!» puntualizzò il piccoletto coi pantaloncini.

«Ugo, ma hai messo il rossetto? Fai come la maestra Monica? Chi devi baciare? La Rinetta?» chiese, divertito, Guglielmo.

Rina Gelzini è il nome della figlia della dottoressa, compagna di banco di Ugo e oggetto di numerosi scherzi durante l’anno scolastico.

«Va da via’l cu, Gugl’[5], te l’ho detto che non mi piace… A me mi piace la Maria!»

«Allora perché non ti siedi vicino a lei, e non a quella smorfiosetta lì!?» chiesero insieme i due amici al compagno seduto a cavalcioni sul ramo dell’albero.

«Perché el me pa’[6] vuole che sto vicino alla Rinetta… Ché non si sa mai!»

«Non si sa mai, cosa?»

«Boh, mio papà dice sempre così… Non si sa mai. Ma se l’è per quel[7], non vuole neanche che gioco con te, Guglielmo!»

«Perché? Non ho mai mangiato nessuno!»

«Non lo so… Poi non m’interessa! Mica vede quando giochiamo, no!?»

«Te ghet reson… A te paret bambu, ma l’è mia vera alla fin della fera[8]!» disse Giacomino, chinandosi verso il manto erboso.

«Ehi, ehi! Cosa fai? Quella è mia. Mi è caduta ma l’ho trovata io!», disse Ugo a Giacomino che aveva raccolto e stava per mangiare una ciliegia caduta dalle mani dell’amico.

«Guarda… Da grande farò il mago! La ciliegia c’è… e, ahm! Adesso non c’è più!» disse il ragazzino dalle calze spaiate a quello che stava sull’albero.

«A te set propri un bigul[9]!» urlò a quel punto Ugo.

«Non sarà poi mica ora che torniamo a casa? Sennò le buschiamo!» esclamò, a quel punto, preoccupato, Guglielmo.

«Aspetta che prendo l’ultima… Poi scendo!»

Dopo aver gustato con la massima attenzione il dolce succo di una ciliegia grande come il suo naso e di un bel color bordò, Ugo sputò lontano il seme. «Con questo lancio vi batto tutti! Il nociul lè passà giò in de la bruga[10]

«Ma cusa te se dree a dì! Varda chi[11], e impara! Puh…!», urlò, reagendo alla provocazione dell’amico, il piccolo Giacomino.

«Ah, sì… Se volete la guerra! Guardate!». Guglielmo, dimenticandosi di quello che aveva detto poco prima, cercò accuratamente una ciliegia abbastanza grossa, la masticò per qualche istante e dopo aver tenuto la testa indietro per una quindicina di secondi, lasciò partire quello che a quei tre sembrò un missile, un autentico razzo in confronto ai due lanci precedenti.

«Ma come fai Guglielmo? Dove hai imparato?»

«Mi sono esercitato quest’inverno, con i semi dei mandarini!»

«Brau, brau[12]!», esclamò Giacomino.

«Chi arriva ultimo all’asfalto è una schiappa!» urlò, d’improvviso Ugo saltando dall’albero al prato e raccogliendo, velocissimo la cartella che si trovava a terra.

I tre bambini cominciarono a correre dalla pianta verso la strada. Non dovevano attraversare un’altra volta, ma soltanto dirigersi verso Cardano, percorrendo sulla destra, vicino al muro (seguendo le raccomandazioni dei genitori), la discesa che portava alla parte bassa del paese.

Percorsi circa trecento metri, sudati per la corsa precedente, i ragazzini si lasciarono sulla sinistra la scuola materna per percorrere i due tornanti che introducevano alla frazione di Cardano.

Giacomino, a questo punto, prese una mulattiera che portava a Gonte, la frazione dove viveva.

«Ciao, ciao Giacomino! Ci vediamo a messa! Vieni a fare il chierichetto?» chiese Ugo all’amico.

«Non lo so, non ho voglia! Go de sentii sa dis la mi mam![13]»

«Ricordati di fare i compiti di matematica per lunedì, sennò la Monica ti sgrida ancora!» gli disse Guglielmo.

«Ma se capisi nagot l’è mia culpa mia… Sa vedum stasira![14]» e così dicendo, il bambino scese per la stretta strada.

Guglielmo e Ugo proseguirono invece verso Cardano, avvicinandosi ad una scalinata. Di fronte a loro i due ragazzini potevano vedere, oltre il tornante, il “Palazin di Balbi”, villa disabitata nei pressi della quale, nelle giornate di sole, ogni tanto si fermavano a giocare.

«Quando fa caldo di solito andiamo lì a giocare! Anche se io c’ho un po’ di fifa! Lo sai che dentro lì ci sono i fantasmi? I mostri?» disse Ugo al figlio del finanziere.

«Sì? E come fai a saperlo? Li hai visti? Io non ci credo a queste cose!»

«Boh… Lo dicono tutti in paese! Pure il don Pietro! Anche mio papà ha detto di stare attento!» e dicendo questo Ugo strappò un ciuffo d’erba dal bordo del sentiero.

«L’ha detto anche il prete? Dev’essere vero allora… Ma ti piace quel coso?»

«Caspita se mi piace! L’è il pancuc! Prouel! L’è dulz cuma na caramela! L’è anca più se bon dei gigiup! E’l custa nagot![15]»

«Fammi provare… Bleh! Come fai a mangiarlo? Sa di erba!»

«Mah… Te capiset na maza![16]» disse Ugo, gustando l’erba zuccherina che aveva raccolto.

Attraversata la strada, i ragazzini camminarono uno a fianco all’altro giù per la scorciatoia e si misero a correre per la strada, saltando i tombini.

 

[1] Fucile.

[2] «Se ne mangi troppe ti viene la diarrea.»

[3] «Io preferisco»

[4] «Sono più buone»

[5] «Via a quel paese, Guglielmo!»

[6] «Mio padre»

[7] «Se è per quello»

[8] «Hai ragione… Sembri stupido, ma in fin dei conti non è vero!»

[9] «Sei proprio uno scemo!»

[10] «Il nocciolo è finito nel fossato!»

[11] «Ma cosa stai dicendo! Guarda qui»

[12] «Bravo, bravo!»

[13] «Devo sentire cosa dice mia mamma!»

[14] «Ma se non capisco niente non è colpa mia… Ci vediamo stasera!»

[15] «E il pancuc! Provalo! E dolce come una caramella! E anche più buono della caramelle alla menta! E non costa niente!»

[16] «Non capisci niente!»

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