IL CILIEGIO (ESTRATTO DA UN ROMANZO MAI SCRITTO – PARTE1/3)

Cherry

 

Aprile regalava le sue ultime miti giornate e al piccolo Ugo risultava sempre più difficile non guardare fuori dalla finestra della sua aula per vedere il prato che si apriva al di là della strada, di fronte alla scuola.

Anche durante la ricreazione, mentre i suoi compagni subito iniziavano a correre nel piazzale, a giocare a “Guardie e ladri”, lui passava, ogni volta, almeno un paio di minuti a fissare quella distesa verde.

“Ma allora la clorofilla può essere anche rossa!” pensava, guardando il ciliegio che si trovava in fondo a quel terreno a lui così famigliare e facendosi venire l’acquolina in bocca al ricordo della dolcezza delle ciliegie che non gustava dalla primavera passata. Aveva già riflettuto, più di una volta, se chiedere o no alla maestra Monica qualche spiegazione su quella questione. Ma siccome sul sussidiario c’era scritto che la clorofilla era verde e basta, il nostro Ugo, per evitare figuracce, alla fine stava zitto.

L’avrebbe, tutt’al più, chiesto alla nonna, che sapeva sempre tutto.

La sua non era una classe numerosa. Del resto, in un paese come quello di Grandola ed Uniti, non poteva essere diversamente. Con poco meno di ottocento anime, non si potevano mica pretendere classi con più di dieci bambini!

Soltanto l’anno millenovecentosessantadue era stato più prolifico e per questo la terza elementare poteva contare ben sei fanciulli e nove fanciulle. Ma erano più piccoli di un anno di Ugo che quindi, quasi, non li considerava. Era grande, lui.

Ugo era seduto al solito posto nell’aula, in fondo a sinistra, di fianco alla figlia della dottoressa Gelzini, perché così gli aveva detto il babbo. «Tienila buona, eh, la tusa della duturesa[1]… Non è proprio una bellezza, ma non si sa mai! Capito?»

E Ugo i consigli del babbo li ascoltava sempre.

La voce della maestra Monica faceva ormai soltanto da sottofondo ai suoi pensieri… Ma il ragazzino non era l’unico a saperlo.

«Cosa stai facendo Ugo? Sei sulle nuvole, come al solito?», chiese l’insegnante, dopo aver notato che da circa dieci minuti il bambino moro, di carnagione olivastra e piuttosto magro in fondo all’aula, che stava sempre zitto, lo era fin troppo e – come fosse vittima di un torcicollo – teneva il capo rivolto verso il vetro della finestra.

«Mi scusi maestra… Stavo pensando!»

«E per pensare hai bisogno di guardare fuori? Cosa c’è di così interessante da vedere?»

«Niente di speciale maestra. S’eri dree a vardà i asen![2]»

«Cosa dici Ugo? Silenzio voialtri… Non c’è niente da ridere!». La riposta di Ugo aveva suscitato un leggero brusio di risa e pernacchie tra i suoi compagni di classe.

«Ho detto che da qui guardo gli asini» ripeté il ragazzino.

«Va bene, ma smettila ora. Stai attento, altrimenti ti cambio di posto! E piuttosto, ascolta la lezione, se non vuoi rimanere anche tu un asinello…»

«I-o, i-o, i-o!», rumoreggiò allora la classe mentre la maestra Monica cercava di tenere a bada quegli otto disperati.

In aula c’era un perfetto equilibrio tra maschi e femmine.

Quattro grembiuli rosa e tre grembiuli azzurri erano stati insieme sin dall’asilo e nel frattempo non era cambiato nulla, tranne il colore dei grembiuli (ora nero per tutti) e l’arrivo, in quarta elementare, del figlio del finanziere, Guglielmo, che era subito stato simpatico a Ugo.

Nessun rimandato in quattro anni, in quella classe. Grande risultato per la scuola e per le famiglie. Solo Giacomino aveva rischiato in seconda e in terza elementare la bocciatura. Ma poi la bontà della maestra Monica aveva avuto la meglio.

Dopo il rimprovero dell’insegnante, Ugo si sforzò di stare fermo con la testa, e di non pensare né agli asini né alle ciliegie. Lo consolava il fatto che l’intervallo c’era già stato, per cui non potevano mancare più di due ore alla fine della lezione. Poi gli sembrava che la maestra parlasse già da parecchio tempo, e concluse che non più di mezz’ora lo separava dalla libertà.

“Peccato”, pensò “che da qui non si vede il campanile…”; ma in quel momento, forse, Ugo dimenticava che non sapeva ancora leggere bene le ore.

Decise quindi che avrebbe provato ad indovinare, per i prossimi venti, trenta minuti, cosa gli avrebbe preparato la mamma da mangiare. Fantasticava: «Speriamo che c’è il picio-pacio… Mh… che buono il picio-pacio! Chissà se la mamma ha preso il formaggio dal furmagiat![3]».

Il “picio-pacio” è un pasticcio di patate arrostite con formaggio dell’alpe, che si mangia direttamente dalla pentola, e Ugo lo conosce bene. Ma dipende tutto da Cesarina, sua mamma, e da quante lire ha portato a casa in questi ultimi giorni Giovanni, padre del ragazzetto.

Scartata la prima ipotesi per sfiducia, perché sarebbe stato troppo bello che la madre avesse cucinato effettivamente il tanto agognato “picio-pacio”, Ugo rivolse totalmente la propria attenzione ad un’altra invitante possibilità: “il paradello”. “Cavolo, magari… Se mi fa il paradell con su lo zucchero, domani vado a messa a Codogna senza frignare!”

Gustosa frittella di farina, latte e uova, cosparsa di zucchero, questo piatto faceva letteralmente impazzire Ugo.

Così, tra una pietanza e l’altra i minuti passarono e la fame aumentò.

E d’improvviso la campanella suonò. Chi se l’aspettava?

Ugo era felice e guardando subito Giacomino e Guglielmo fece loro un sorriso d’intesa.

Ma, come sempre, stava dimenticando di preparare la cartella. La maestra Monica gli si avvicinò: «Cosa fai Ugo? Vuoi lasciare i libri a scuola? E come fai a studiare per lunedì?»

«Orca vacca maestra, mi dimentico ogni volta… Adesso tiro su i quaderni e il libro e vado! Grazie. A lunedì!»

Meno male che la maestra Monica era così attenta.

Giacomino e Guglielmo erano già fuori dall’aula ed aspettavano impazienti che l’amico finisse di preparare le sue cose.

I tre, come la maggior parte dei bambini, erano abituati ad andare a casa a piedi, scendendo verso la parte bassa del paese per entrare nella frazione principale, Cardano, o dirigendosi verso le contrade più alte.

La primavera aveva prepotentemente fatto l’ingresso nelle praterie e nei pascoli di Grandola ed Uniti e i nostri ragazzi lo sapevano bene; lo vedevano, con gli stessi occhi con cui Ugo aveva scrutato, poco prima, il paesaggio dalla finestra dell’aula. Le primule e i narcisi iniziavano a farsi notare, spuntando tra l’erba alta, di color verde tendente al giallognolo, di lì a qualche settimana pronta a diventare fieno. E tra tutti quei fiori Ugo preferiva le margherite, perché le riconosceva subito.

Correndo nel corridoio mentre le maestre urlavano: «Fate attenzione! Attenzione! Rischiate di cadere e pestare il muso!», i bambini della scuola elementare uscirono veloci verso il piazzale. E davanti a tutti, non si sa come (visto che Ugo, con i due compagni che lo aspettavano, era stato l’ultimo ad uscire dall’aula), stavano proprio Giacomino – in pantaloncini corti, con le sue calze spaiate, una blu chiara e una nera – Guglielmo – che già si era levato il grembiule per non sporcarlo nei prati – e un passo davanti al resto della combriccola, con la cartella di vero cuoio (almeno, così aveva detto il venditore ambulante alla fiera di Santa Caterina alla mamma, ma Ugo non ci credeva perché dopo poche settimane s’erano già aperti tre buchi), il nostro ragazzino, impavido, tentava di anticipare tutti.

E così fece, infatti.

 

[1] «La figlia della dottoressa»

[2] «Stavo guardando gli asini»

[3] Rivenditore di formaggio.

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